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06/03/2011 20:01:25
Qualunquismo o rinnovamento della democrazia?

di Rosario Pesce

La società italiana, in tempi di crisi, economica e politica, come quest’ultima che stiamo ora vivendo, è esposta a numerosi pericoli, fra cui quello che può creare maggiori danni all’assetto istituzionale del Paese è il qualunquismo, che ad ondate si ripropone, sempre, con maggiori possibilità di fare breccia, vista la debolezza cronica del nostro sistema democratico.
La fine di un lungo ciclo, come fu ai tempi di Tangentopoli, crea le premesse perché gli Italiani, disorientati e insicuri, si affidino ad un presunto Salvatore (o, meglio, a chi ha l’ambizione di presentarsi come tale), concedendogli un’ampia delega, che altrimenti non riceverebbe mai. Nel 1994 chi beneficiò di una siffatta contingenza fu Berlusconi, che bene interpretava la domanda di antipolitica, che il default dei partiti tradizionali aveva, evidentemente, ingenerato in larghe parti della pubblica opinione.
Ora, ci troviamo in un momento storico analogo a quello di venti anni fa: la crisi del berlusconismo è evidente ed il suo epilogo è rallentato, solamente, dall’assenza di una personalità, all’interno dell’odierno scenario parlamentare, che possa interpretare il ruolo, a cui lo stesso imprenditore di Arcore ha assolto dopo la caduta della D.C. e del P.S.I.
L’Italia – dicevamo – è abituata a vivere transizioni simili: l’ascesa di Mussolini nel 1922 fu, ad esempio, la risposta alla crisi dei partiti di massa, nati dall’introduzione del suffragio universale, che fu causata dallo scoppio della Grande Guerra e dalle conseguenze negative, che questa aveva determinato nel tessuto civile di quell’Italietta.
Come si vede, ciclicamente, la nostra democrazia subisce un arresto del suo ordinario processo evolutivo, che rischia di causarle anche pericolose regressioni, portandola a varcare i limiti della dittatura, come avvenne nel caso del Fascismo, o a passare da un regime parlamentare ad uno subdolamente presidenzialistico, come è avvenuto nel caso berlusconiano, pur non essendo stata, formalmente, modificata la Carta Costituzionale.
A cosa, allora, andremo incontro dopo che sarà caduto il Governo dell’on. Berlusconi e, con lui, saranno crollate tutte quelle strutture di potere, che si sono moltiplicate, nel corso di questo ventennio, all’ombra del Cavaliere?
Verrà qualcuno che chiederà ed otterrà di sospendere le garanzie di libertà, assicurate dall’attuale Costituzione? Oppure il successore dell'attuale Premier si limiterà a chiedere la decapitazione (politica, si intende e si spera) dei propri avversari - in primis, dei giudici - limitandosi a chiederne un esilio forzato, quanto dorato? Oppure sarà realizzato un altro modello di partecipazione democratica (che non riesco, invero, a concepire), nel quale i partiti saranno sostituiti da meri comitati elettorali, convocabili in base agli esclusivi desiderata del Principe di turno? Oppure verrà meno, con il progressivo indebolimento delle garanzie costituzionali, il concetto di Stato nazionale, per cui il Paese sarà protagonista di una cruenta dissoluzione, come è avvenuto nell’ex-Jugoslavia, all’indomani della caduta del regime socialista?
Negli ultimi anni, ci sono stati tentativi maldestri di costruzione di leadership alternative a quella di Berlusconi, che sono miseramente falliti: prima Segni, poi Di Pietro, da ultimo Grillo sono gli esponenti di un’ondata di antipolitica che, finora, ha solo sfiorato, senza lederlo significativamente, il potere comunque non più saldo del Presidente del Consiglio. Il loro fallimento rappresenta un fattore di monito, più che un elemento di conforto, per quanti credono che, senza il contributo di partiti, forti ed autorevoli, possa alterarsi la giusta dialettica insita all’interno di una democrazia rappresentativa.
E ci si domanda, con non poca inquietudine, dove possa essere la Sinistra, cioè lo schieramento che dovrebbe avere maggiore vocazione di altri nel fronteggiare e nel limitare eventuali derive plebiscitarie: forse, anch’essa ne è, in quota parte, responsabile visto che, in passato, ha provato a lisciare il pelo a fenomeni simili, sperandone di ricavare vantaggi elettorali, come avvenne, ad esempio, alla fine degli anni ’80, con Leoluca Orlando e con il mito della lotta alla grande criminalità organizzata, che sembrava incarnare l’allora sindaco di Palermo.
È certo che il Paese ha perso fiducia in se stesso, oltre che in chi lo rappresenta ai suoi massimi vertici: questo è un dato, che emerge con chiarezza da tutte le indagini demoscopiche, che vengono commissionate da importanti organi di stampa.
È, perciò, venuto il momento che cittadini, associazioni, uomini liberi, in nome di un interesse non particolaristico, si attivino, alzando notevolmente il livello di guardia, affinché lo sconforto generale non degeneri in disattenzione o complicità: è in gioco il destino di uno Stato che, nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita, rischia di non avere davanti a sé una nitida e consolidata prospettiva democratica. Solo, promuovendo sane istanze di partecipazione ed incentivando l’attivazione di un prezioso istituto di democrazia diretta, qual è il referendum, si potrà rinvenire l’antidoto più idoneo a curare un malato, che altrimenti morirà di indolenza e pigrizia.
Forse, non sarà sufficiente, ma è necessario iniziare.


Rosario Pesce


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