22/09/2009 21.19.49 Se lo Stato non investe sull’istruzione... di Rosario PesceL’avvio dell’anno scolastico 2009/2010 propone - in termini drammatici, soprattutto, per i colleghi precari - lo scenario derivante da una ben determinata scelta politica, orientata a disinvestire sulla scuola pubblica e a trasferire ingenti risorse verso altri settori, ritenuti forse più importanti per la crescita, civile ed economica, del nostro Paese.
Quest’anno, la scure del Governo si è abbattuta, essenzialmente, sull’istruzione primaria e su quella relativa alla secondaria di primo grado; l’anno prossimo, se andrà in vigore la riforma Gelmini, già approvata dal Consiglio dei Ministri, sarà la secondaria di secondo grado a pagare il dazio più alto, con la riduzione dell’orario settimanale, da 36 a 32 ore, negli istituti tecnici e professionali, che provocherà un fortissimo taglio di docenti, anche di ruolo, soprattutto, sulle classi di concorso, come quelle di discipline letterarie, che vedranno ridursi drasticamente le ore di lezione nelle classi del biennio pre e post-qualifica, laddove dovrebbe essere potenziato l’insegnamento delle materie fondamentali – tipiche dell’area, cosiddetta, ‘comune’ – del curricolo scolastico.
È la prima volta, nella storia d’Italia, che la parola ‘riforma’, applicata al campo dell’educazione, anziché implicare un maggiore impegno di spesa da parte dello Stato, si accompagna, invece, ad un taglio, generalizzato ed indiscriminato, di risorse, umane ed economiche, che colpisce, anche, i settori funzionanti della scuola pubblica, come è successo per la primaria, che - notoriamente nostro fiore all’occhiello in Europa, in virtù dell’organizzazione modulare - rappresenta un modello invidiatoci, finanche, dalle avanzate culture scandinava ed anglosassone.
Ancora più preoccupante è la scelta del Governo di voler, progressivamente, ridurre gli spazi vitali per gli indirizzi tecnici e professionali: diminuire l’orario settimanale di lezione, accorpare indirizzi ed eliminare molte sperimentazioni prelude ad una ritirata dello Stato dal settore della secondaria di secondo grado, che sarebbe perfezionata qualora, aggirando i vincoli costituzionali e vincendo le opposizioni delle Regioni, l’onere finanziario degli istituti professionali venisse del tutto scaricato su queste ultime, così da far saltare il discrimine fra istruzione e formazione professionale, che già oggi è in capo alle amministrazioni periferiche.
Intuitivamente, si può ben comprendere il risparmio, che lo Stato realizzerebbe, qualora il personale docente ed amministrativo, quotidianamente impegnato nel settore dell’istruzione professionale, passasse dalla gestione ministeriale a quella degli Enti regionali, i quali, soprattutto al Sud, sono carrozzoni elettoralistici, che non brillano, sovente, né per efficienza né per capacità di controllo della spesa corrente.
Per altro verso, non si può, però, dare torto a quanti, sposando l’indirizzo dell’attuale maggioranza parlamentare, parlano di sprechi nel settore scolastico: questi, certamente, esistono e danneggiano non poco il lavoro di noi stessi docenti, che ne siamo ritenuti, a torto, responsabili da una pubblica opinione distratta o malevola o orientata da una propaganda non onesta.
Progetti finanziati con fondi P.O.F. e P.O.N., corsi P.A.S., attività integrative e di recupero, realizzate fuori dall’orario scolastico, a volte, hanno una ricaduta didattica non soddisfacente sui nostri alunni, i quali vi partecipano sperando di acquisire il previsto credito scolastico o la benevolenza del proprio insegnante: su queste voci di spesa, lo Stato, forse, potrebbe con intelligenza e parsimonia tagliare, orientando il danaro, che si risparmierebbe, sul potenziamento della didattica ordinaria, non aumentando di conseguenza il numero di alunni per classe, non tagliando ore di lezione, creando servizi per gli alunni diversamente abili, realizzando quindi le condizioni per una scuola che, ancora, sia in grado di assolvere al compito che la Costituzione del 1948, la cultura, la tradizione ed il senso comune le affidano.
Altrimenti, saremo tutti, a breve, impegnati a piangere sulla salma di una scuola che non c’è più e tale sentimento accomunerebbe tutti, a prescindere dall’orientamento ideale: d’altronde, perfino il Fascismo - anche se entro una prospettiva fortemente condizionata dall’ideologia e dall’uso propagandistico, richiesto dal regime – potenziò, con la riforma Gentile, l’istruzione e non la decostruì, così come pare intenzionata a fare l’odierna maggioranza, a dimostrazione del fatto che la scuola, pubblica e laica per sua intrinseca vocazione, è un bene di tutti – sia che ci si riconosca nelle posizioni della Destra, che della Sinistra - e, come tale, deve essere difesa, ammodernata e non demolita o depotenziata
Rosario Pesce
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