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25/01/2010 19.20.19
Una lezione di democrazia dalla Puglia

di Rosario Pesce

L’esito delle elezioni primarie in Puglia rappresenta una dura lezione per la classe dirigente nazionale del P.D.: per mesi, D’Alema e Bersani hanno tentato, invano, di convincere Vendola a rinunciare alla corsa per la presidenza di quella Regione, con la motivazione che l’eventuale candidatura Boccia avrebbe consentito di stipulare un accordo elettorale con l’U.D.C., condizione ritenuta essenziale per la vittoria.
In un sol colpo, il risultato di ieri ha dimostrato l’infondatezza di tali, capziose argomentazioni: l’amplissima partecipazione popolare (ben centocinquantamila pugliesi hanno votato per Vendola, più del doppio della volta precedente) rappresenta un ottimo viatico per le elezioni vere e proprie e, vista l’inconsistenza del candidato presentato dal P.D.L., il Centro-Sinistra potrà agevolmente rivincere, anche senza i voti del partito di Casini, che in Puglia sono poca cosa.
Inoltre, esce pesantemente sconfitta la strategia del segretario nazionale del P.D. e del suo principale sponsor: se le elezioni regionali devono rappresentare il primo step di un processo, che dovrebbe vedere l’U.D.C. alleata del P.D. alle prossime elezioni politiche, non può essere consentito a Casini, a mio avviso, di avere le mani libere, cioè di scegliere, di regione in regione, se allearsi, in base alla sua convenienza elettorale, con lo stesso P.D. o con il P.D.L.
Bersani, nelle settimane scorse, avrebbe dovuto imporre a Casini, infatti, un’alleanza organica sull’intero territorio nazionale, dal Piemonte alla Calabria, valevole soprattutto in quelle regioni dove, dai sondaggi, appare in vantaggio il P.D.L.: solo se si fosse realizzata una simile condizione, il P.D. sarebbe stato, poi, legittimato nel chiedere di fare un passo indietro ai propri Governatori uscenti, quali Vendola o Loiero, che hanno comunque ben operato nel quinquennio, appena, trascorso.
È da ritenere, quindi, che l’errore grossolano, compiuto dalla nuova segreteria del P.D., nasconda un malessere più ampio, che trova conferma, anche, in altri fatti della recente cronaca politica: nessun leader di spessore nazionale di quel partito si è candidato alla presidenza di una qualsivoglia regione, in un momento in cui, viste le difficoltà, era opportuno che chi ha prestigio e fama di leader possa aiutare a difendere le ragioni della presenza politica del partito in una competizione – come quella delle regionali – che non ha valenza, meramente, amministrativa.
Lazio, Campania, Lombardia, Calabria rappresentano dei punti critici, ancora più acuti della stessa Puglia: in Lazio, il P.D. ha lasciato l’onere della candidatura alla radicale Emma Bonino, che, sia in caso di vittoria che di sconfitta, potrà con orgoglio rivendicare di essere stata unica protagonista della campagna elettorale; in Campania, a tutt’oggi, non c’è certezza sul nome del candidato, né sui criteri di individuazione dello stesso, e si sa solo che, comunque, non sarà un personaggio di importanza e rilievo nazionale; in Lombardia, corre contro Formigoni - destinato ad una probabile vittoria plebiscitaria - Filippo Penati, reduce dalla delusione delle ultime elezioni provinciali; in Calabria, la situazione non è molto dissimile da quella campana, con un governatore uscente, non riconfermato dai vertici nazionali del partito, che ancora non conosce il nome dello sfidante alle prossime elezioni primarie.
Si può, dunque, dire che il P.D. difetti di classe dirigente?
Si può ritenere che la segreteria odierna, dopo la sconfitta pugliese, possa e debba fare un serio esame di coscienza e, se necessario per il bene della Sinistra italiana, interrompere il proprio impegno di responsabilità politica, favorendo così l’ascesa di una nuova leadership?
Sono questi interrogativi inquietanti, anche se di stringente attualità: certo è che una parte, non irrilevante, di consensi, che va a Berlusconi, è motivata da un rifiuto dell’elettorato verso i leader del P.D., così come il plebiscito, ieri conseguito da Vendola, è giustificato sia dai suoi meriti amministrativi, ma soprattutto da una scelta precisa dell’elettorato, che ha visto in lui il prototipo del ‘principe’, che difende istanze profonde di democrazia e di rappresentatività dei territori contro il sistema dei partiti e delle loro oligarchie, personificato in D’Alema, Bersani e in tutti coloro che, negli ultimi mesi, si sono recati, sciaguratamente, in quella regione per fare campagna elettorale contro il Governatore uscente.
Nel corso delle commemorazioni in onore del decimo anniversario della morte di Craxi, molti hanno dimenticato l’episodio, che reputo essere alla base del crollo della leadership del segretario socialista: l’invito, che egli estese agli Italiani, di non andare al voto, nell’estate del 1991, per il referendum sulla preferenza unica, promosso dal Comitato, di cui era presidente Mario Segni.
In quell’occasione, gli Italiani scelsero, invece, di dare un segnale e di andare a votare, visto che era loro ferma intenzione mandare a casa un gruppo dirigente, che – a torto o a ragione – era individuato come il responsabile unico del malessere della politica italiana e, soprattutto, della deriva partitocratica degli anni Ottanta.
Orbene, penso che la vittoria di Vendola e l’amplissima partecipazione popolare, che l’ha sostanziata e legittimata, abbia oggi per i destini della politica nazionale un’importanza non inferiore a quella, avuta all'epoca, dall’episodio appena citato, al di là di qualsiasi rilievo, esclusivamente, localistico.
D’Alema, quindi, nel 2010 come Craxi nel 1991?
Forse, è azzardato ipotizzare una simile conclusione, ma reputo che si stia delineando una nuova tendenza nella società italiana e le prossime elezioni regionali ne saranno il banco di prova più qualificante: il Centro-Sinistra - prevedo - vincerà, indipendentemente dall’ampiezza della coalizione, in tutte quelle regioni – come Lazio o Puglia – dove non candida rappresentanti espressioni del proprio delegittimato apparato, ma mette in campo personalità, come quelle della Bonino o di Vendola, che, sia pure in forme diverse e su contenuti non sempre simili, negli anni passati, hanno dato vita a lotte, civili e sociali, che hanno lasciato una traccia nella storia del nostro Paese. A questi Berlusconi, nonostante il suo potere economico e mediatico, non può che contrapporre candidati ‘minori’, a dimostrazione che egli stesso è vincente, quando compete contro chi è inviso all’opinione pubblica, ma evidenzia, inevitabilmente, la debolezza e la fragilità della sua proposta politico-programmatica, quando lui o il suo partito devono gareggiare, elettoralmente, contro chi è portatore di un messaggio forte, in grado di mobilitare i comuni elettori e di motivarli all’impegno.
Il ‘modello’ Vendola rappresenta, pertanto, una lezione per un partito, il P.D., ed un’intera coalizione, che, se vorranno proporsi per il Governo dello Stato, dovranno dare attenzione ai contenuti più che ad astratte formule politiche, favorendo e non contrastando l’ascesa di chi può attivare l’interesse e mobilitare la partecipazione di militanti e cittadini.


Rosario Pesce


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