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30/12/2009 21.35.33
Il P.D. ed il nodo delle alleanze

di Rosario Pesce

L’approssimarsi delle elezioni, previste per la primavera, non può non spingere la classe dirigente del P.D. ad interrogarsi, seriamente, sulla questione delle alleanze, non solo in vista della tornata elettorale del 2010, ma soprattutto in prospettiva del futuro test politico, che reputiamo essere più vicino di quanto, ad oggi, non si possa credere.
Il cambio di segretario, prodottosi con il congresso di ottobre e ratificato dalle successive primarie, ha sicuramente modificato lo schema di azione del principale partito del Centro-Sinistra.
Franceschini, fido collaboratore e continuatore della linea, fissata da Veltroni nel 2008, ha consolidato il rapporto con il partito di Di Pietro, lavorando affinché il P.D. autonomamente acquisisse consensi nell’area moderata, senza dover contrattare e stipulare alleanze con formazioni, come l’U.d.C., che di quella cultura si ritengono preminenti interpreti, se non esclusivi depositari. Le elezioni amministrative, celebratesi nella primavera di quest’anno, hanno sancito il fallimento di una simile, sciagurata impostazione: il Partito Democratico, alleatosi solamente con l’Italia dei Valori e con le formazioni riformiste del vecchio Ulivo, ha inevitabilmente perso il consenso moderato in favore del Centro-Destra, che, grazie a quei voti determinanti, ha vinto, per la prima volta, in territori dove era stato, tradizionalmente, in minoranza.
Sulla scorta di questi dati, l’elezione di Bersani ha, invece, modificato la strategia del P.D. in materia di alleanze: da qualche mese si cerca, infatti, l’apparentamento col partito dell’on. Casini in quelle regioni, sia al Nord che al Sud, dove questo potrebbe essere determinante, visto che gli equilibri elettorali appaiono, estremamente, fluttuanti ed incerti.
Evidentemente, l’on. Casini palesa una notevole difficoltà nel costruire un’alleanza organica, sull’intero territorio nazionale, con il Centro-Sinistra, visto che, in molte realtà territoriali, soprattutto del Mezzogiorno, il suo partito è reduce da un recente accordo con il Partito delle Libertà, stipulato non meno di un anno fa, da cui oggi sarebbe problematico prendere repentinamente le distanze: come potrebbe giustificare un’alleanza col P.D., ad esempio, in Campania, dopo che il suo partito, al fianco dei berluscones, è stato determinante, in quella regione, nelle elezioni provinciali di Avellino, Salerno e Napoli della scorsa primavera?
Stando agli ultimi sondaggi, nelle realtà dove ha governato, il Centro-Sinistra sarebbe in svantaggio rispetto ai suoi avversari, ma la sensazione più forte è che l’elettorato campano o calabrese o pugliese, questa volta, voterebbe per il partito del Presidente del Consiglio senza particolare convinzione, più per reazione al malgoverno locale, che non per una convinta adesione alla piattaforma programmatica di quello schieramento. D’altronde, laddove il Partito delle Libertà ha vinto le elezioni amministrative negli ultimi anni, il livello di litigiosità, prodottosi successivamente, non ha fatto rimpiangere i tempi dei governi locali dell’Ulivo ed i frutti dell’azione delle nuove giunte non hanno modificato, in modo rilevante, lo stato di fortissimo disagio, in cui versano la società e l’economia meridionale, come dimostrano i risultati delle indagini statistiche, condotte da Il Sole 24 ore e pubblicate di recente.
Il dato più evidente delle difficoltà, che gli uomini di Berlusconi incontrano nell’amministrare le realtà locali, è rappresentato dalla Sicilia, che, pure per quindici anni consecutivi, ha regalato le migliori gratificazioni elettorali al Presidente del Consiglio, più di quanto non abbia fatto la stessa natìa Lombardia.
Orbene, in quella regione, strategica negli equilibri nazionali per svariati motivi, si sono verificati, negli ultimi tempi, dei fatti che ne modificheranno la geografia politica, nei prossimi anni, in maniera rilevantissima: il presidente di quella regione, on. Lombardo - che è anche il primo responsabile di un partito, presente nel Parlamento nazionale e rappresentato nell’Esecutivo - eletto con i voti del P.d.L., ha sostanzialmente mutato gli equilibri della sua giunta, espellendo una corrente cospicua di quel partito, che fa capo al Presidente del Senato e al Ministro di Giustizia, e richiedendo in Assemblea il consenso del P.D. siciliano, a cui ha attribuito un assessorato, individuato nella figura di un cosiddetto “tecnico di area”.
Seguendo una traccia simile, è forse possibile sperimentare, alle prossime elezioni regionali, delle alleanze trasversali, rispetto alle attuali, che sono destinate, a nostro avviso, ad essere superate a breve? È possibile, ad esempio in Campania, intercettare i consensi del partito di Lombardo, oltre che quelli degli uomini di Casini, facendo del governo di quella importantissima regione un laboratorio, in grado di offrire delle soluzioni, che potranno essere prese in considerazione, anche, per le prossime elezioni generali?
È proponibile che nel Sud continentale – e, in particolare, nella regione più importante – possa nascere un fermento nuovo, suscettibile di dar vita ad uno schieramento meridionalista, che, partendo da quanto di buono è stato, comunque, realizzato nell’ultimo decennio, possa contribuire a rinnovare la politica locale, proponendo alla ribalta un ceto dirigente – giovane, preparato ed onesto – in grado, poi, di guidare il rinnovamento, vieppiù, a livello nazionale?
Molti di quelli che - prima dello scoppio dello scandalo della “monnezza” - avevano candidato l’on. Bassolino alla leadership del suo partito, oggi troppo frettolosamente hanno dimenticato gli indubbi meriti di un governo, cittadino e regionale, da lui guidato, che, soprattutto nella prima fase, dieci anni or sono, aveva progettato un’ipotesi di modello di sviluppo, che appare tuttora idonea alle esigenze di una realtà metropolitana – problematica, ma ricca di potenzialità economiche, di risorse ambientali, storico-artistiche e non priva di talenti – come quella partenopea. Di quell’esperienza deve essere recuperato lo spirito primigenio, così come va valorizzata l’intuizione ideale, che ne era sottesa, pur facendo rivivere sia l’uno che l’altra attraverso l’iniziativa di una diversa classe dirigente, su cui - finalmente - possano non aleggiare le ombre dell’infelice, recentissimo passato, che pure hanno, una consistenza, a tutt'oggi, non effimera.
Solamente, per tal via, le prossime elezioni regionali potranno non rappresentare un’occasione mancata, l’ennesima, e daranno il via ad un movimento riformatore più ampio, che, nato nelle realtà territoriali, sia capace poi di estendersi al centro, dove l’esigenza del cambiamento radicale e della rottura degli schemi politici, ormai obsoleti, dell’ultimo quindicennio si avverte, ancora, più forte ed impellente.



Rosario Pesce


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