31/12/2009 20.56.47 Bettino Craxi: ‘guappo’ o eroe? di Rosario PesceFra pochi giorni cadrà il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi ed in Italia, già in questi giorni di vacanza, si è aperto il dibattito intorno alla complessa figura del leader socialista, su cui è difficile formulare un giudizio storico, che sia condiviso universalmente dagli opinionisti e dalle autorità politiche. Si va dal giudizio meno lusinghiero del suo inquisitore di quindici anni fa, on. Antonio Di Pietro – che, da anni, ha ormai svestito l’abito di magistrato, per indossare quello del segretario di partito – fino a quelli più lusinghieri di una parte dell’attuale ceto governativo (Cicchitto, Tremonti, Brunetta, Sacconi, Ferrara, Caldoro), che è cresciuta nella militanza intorno all’ex-Presidente del Consiglio e che, negli anni del post-Tangentopoli, ha preferito collocarsi, politicamente, all’interno dell’alleanza del centro-destra, accanto al Premier odierno, che pure fu un frequentatore, assiduo e non disinteressato, del salotto di Craxi ed un suo sostenitore, grazie ai potenti mezzi di propaganda, messi a disposizione, negli anni Ottanta, dalla nascente televisione commerciale.
In mezzo ai due estremi ci sono i giudizi di molti esponenti, che hanno fatto parte degli ambienti dell’ex-P.C.I., i quali hanno modificato, notevolmente, toni ed accenti dei loro giudizi in merito ad una simile questione. Non dimentichiamo, infatti, come gli ex-comunisti furono gli avversari più ostili di Craxi, il quale, sull’anticomunismo, ha costruito le proprie iniziali fortune, così come, forse, anche le proprie disgrazie. Nel corso di questi anni, di volta in volta, Occhetto, D’Alema, Fassino, Veltroni, Bersani non hanno potuto non sottolineare come fosse giusta l’intuizione politica craxiana, tesa a costruire un partito maggioritario della Sinistra riformatrice italiana, finalmente svincolato dalla sudditanza, ideologica e finanziaria, a Mosca e al modello sovietico: purtroppo, un simile tentativo non poteva che finanziarsi attraverso il ricorso sistematico a quelle enormi quantità di danaro sporco, che hanno condotto Craxi ed il suo entourage, poi, ad essere inquisito e condannato, nelle aule dei Tribunali italiani, per concussione o corruzione o finanziamento illecito dei partiti. Reati, certamente, rilevantissimi per chi riveste ruoli di responsabilità pubblica, anche se meno gravi di quelli, motivati dall'aberrante capo d’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, che sono stati, invece, contestati a molti esponenti di primissimo livello dell’altro partito, all’epoca, di governo, la Democrazia Cristiana.
L’azione di Craxi, fin dalla sua elezione alla segreteria del P.S.I. nel 1976, fu all’insegna della nobile dottrina dell’autonomismo riformista - di matrice nenniana e fortemente cara ai compagni lombardi - che voleva fare di quel partito una formazione autonoma dai dettami del P.C.I., che, per quindici anni circa, dal 1948 al 1963, aveva invece egemonizzato la riflessione a Sinistra, inducendo gli stessi dirigenti socialisti ad appiattirsi su posizioni filosovietiche ed antioccidentali.
L’anticomunismo di Craxi, che lo ha portato ad essere Presidente del Consiglio, dal 1983 al 1987, è purtroppo continuato, perfino, quando non c’era più né il P.C.I., né la stessa radice ideale del comunismo italiano, cioè all’indomani della caduta del Muro di Berlino, nel novembre del 1989.
La lezione, pertanto, del riformismo craxiano, da quel momento in poi, si è trasformata in esercizio della gestione del potere per il mero potere, in competizione e, ad un tempo, in alleanza con quel partito, la D.C., che Craxi, probabilmente, avrebbe – se ne avesse avuto il tempo – voluto scalzare, sottraendole in modo progressivo il ruolo preminente, che, per circa un cinquantennio, aveva avuto nella storia delle istituzioni repubblicane.
È, però, di difficile comprensione la lezione del riformismo craxiano, se non la si inserisce nel quadro più ampio del progetto di riforma dello Stato e della sua forma di governo, che, per primo, lo stesso Craxi lanciò alla metà degli anni Ottanta: il leader socialista propose un’ipotesi di riforma costituzionale, che avrebbe trasformato la repubblica parlamentare, modellata dalla Costituzione del 1948, in una repubblica di tipo semi-presidenziale, con un evidente mutamento dei rapporti di forza fra il potere esecutivo, il giudiziario ed il legislativo, che, allora, era ingessato da pratiche parlamentari obsolete, quali il voto segreto, che rallentava non poco l’azione di legiferazione e sottoponeva il governo a continue imboscate e ricatti, da parte dei franchi tiratori, ed obbligava il Premier in carica a concordare, di volta in volta, l’approvazione di ogni provvedimento, con le forze sia dell’opposizione, che della maggioranza, non meno riottosa della prima.
La riforma, dapprima, dei regolamenti parlamentari, avvenuta attraverso legge ordinaria, e quella successiva della Carta Costituzionale, se fosse stata realizzata, sarebbero state finalizzate, pertanto, nel progetto di Craxi, ad un mutamento degli equilibri politici: sia la D.C. che il P.C.I., pur essendo partiti molto più forti elettoralmente del P.S.I., non avevano un personale politico che, in caso di elezione diretta del Presidente del Consiglio o della Repubblica, poteva godere di un consenso popolare così ampio, da essere in grado di vincere agevolmente, visto che alla Democrazia Cristiana mancava il De Gaulle di turno, mentre il P.C.I., per motivazioni di politica internazionale, era escluso a-priori dalla competizione per il Governo nazionale.
Craxi, invece, anche per la sua capacità di emulazione e di riproduzione di un modello neo-bonapartista, sarebbe stato il candidato ideale per la leadership di una tipologia siffatta di governo democratico: il segretario, così, di un partito, che non ha mai raggiunto il 15% dei consensi alle elezioni generali, sarebbe potuto diventare il nuovo padrone delle istituzioni repubblicane, dando vita ad una Seconda Repubblica, effettivamente, diversa dalla Prima e costruita su valori – ideali, culturali e politici – diversi da quelli generati dalla Guerra Civile del 1943-1945 e, quindi, dalla Resistenza al Fascismo.
Il ciclone di Tangentopoli ha spazzato via questa opportunità, facendo di uno statista e di un possibile eroe un ‘guappo’, come ebbe a definirlo Indro Montanelli, che divenne, suo malgrado, il capro espiatorio di una Repubblica profondamente malata e né più, né meno corrotta di quella odierna.
La storia insegna che i giudizi non possono mai essere univoci: finanche, Garibaldi o Cavour, che furono per molti anni considerati come indiscussi Padri della Patria, sono stati messi in discussione poi dalla storiografia, per cui i meriti di Garibaldi risultano, terribilmente, offuscati dalla strage dei contadini di Bronte, che egli ordinò per compiacere gli agrari siciliani, mentre Cavour, oggi, appare come colui che, con i mezzi inefficaci della sola diplomazia, ha architettato un’Italietta, tuttora provinciale, non essendo stato capace né di realizzare, attraverso il Risorgimento, un serio progetto di riforma della società italiana, duraturo nel tempo, né di creare le premesse per la formazione di una radicata identità nazionale, a tutt’oggi precaria.
Craxi, però, al contrario di questi ultimi, è morto lontano dalla sua patria e questo è un dato oggettivo, tristemente vero a prescindere dal fatto che si possa considerare il suo soggiorno in Tunisia come il risultato di un esilio forzato o, altrimenti, come la conseguenza della volontaria latitanza di un condannato, che intendeva così sottrarsi ai giusti rigori della pena, deliberata da un giudice imparziale e non condizionato da furori di ideologico giustizialismo.
Il senso della pietas è mancato dieci anni or sono, quando fu impedito a Craxi di venire a curarsi in Italia, in qualità di uomo libero, così come, per volontà politica, lo stesso sentimento non guidò il Governo italiano, quando, nel 1978, avrebbe potuto, per ragioni umanitarie, trattare con le Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro e, invece, si ostinò in un atteggiamento di chiusura, che portò alla morte, ineluttabile, dello statista democristiano.
Due eventi, questi, lontani temporalmente fra di loro, ma connotati da un’analoga matrice e, soprattutto, forieri di effetti confrontabili: la morte violenta di Moro segnò l’incipiente approssimarsi della conclusione dell’esperienza storica della Prima Repubblica, mentre l’epilogo, non meno infelice, della vita di Craxi ha segnato, ben oltre i suoi pur evidenti demeriti, il fallimento tragico di un potenziale - per quanto discutibile e perfettibile - tentativo di riforma dei partiti, della vita civile e delle istituzioni del nostro giovane Stato repubblicano.
‘Guappo’ o eroe, che sia stato, Bettino Craxi ha certamente segnato un’epoca, la cui degenerazione è la causa dei molteplici e complessi mali di oggi, di cui non si intravede una soluzione possibile, largamente condivisa.
Rosario Pesce
<<< indietro |