23/08/2011 15:14:58 A chi giova l’antipolitica? di Rosario PesceRisulta a tutti evidente che, nel nostro Paese, da un paio di anni stia crescendo un sentimento di avversione verso i privilegi della casta dei politici, che, anche per effetto della crisi finanziaria di queste ultime settimane, è ormai prossimo a tornare ai livelli del biennio 1992/94, quando l’intolleranza degli Italiani verso la classe dirigente, allora al potere, ne accelerò il processo di logorio, che avrebbe poi portato alla vittoria - in occasione delle elezioni politiche della primavera del 1994 - del campione dell’antipolitica, l’attuale Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Quest’ultimo, oggi, sembra essere – per nemesi della storia – la principale vittima di un tale sentimento collettivo, benché siamo certi che, se si celebrassero ora le elezioni generali, anche i partiti, che finora si sono opposti al Centro-Destra, subirebbero parimenti gli effetti negativi di un atteggiamento, ormai irreversibile, della pubblica opinione nei riguardi di chiunque occupi un ruolo di rappresentanza.
Chi trarrebbe giovamento, quindi, da una nuova ondata di antipolitica?
Per tentare di capire e di dare una risposta, dobbiamo fare un salto indietro nella storia recente: nella primavera del 2007, due noti giornalisti de Il Corriere della Sera, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, pubblicarono un libro, “La Casta”, che metteva in evidenza gli sprechi, che la politica consuma, quotidianamente, ai danni del portafogli del povero ed onesto contribuente italiano, vessato da un carico fiscale, nettamente, superiore alla media europea e costretto ad usufruire di servizi pubblici, per lo più, di qualità scadente ed estremamente costosi, a causa della corruzione diffusa esistente fra i rappresentanti eletti dal popolo sovrano.
Una simile rappresentazione delle dinamiche della vita pubblica del nostro Paese – che, in verità, non è molto distante dalla realtà effettuale - ha scatenato quel sentimento, di cui parlavamo, che è arrivato a limiti, ormai, di attenzione: è da notare che la succitata testata giornalistica, per cui scrivono le due celebri firme, autrici de “La Casta”, è il più importante organo della comunicazione cartacea in Italia, nonché il suo Consiglio di Amministrazione fa riferimento alla RCS, che rappresenta, notoriamente, il salotto buono dell’editoria e dell’alta finanza milanese e lombarda, facente capo a Mediobanca. Pertanto, l’origine di una simile campagna stampa – che, nel corso degli ultimi quattro anni, ha proceduto speditamente e senza grossi ostacoli nell’azione sistematica di discredito del ceto politico – tradisce interessi economici di notevole portata: non è un caso che, sconfitto politicamente Berlusconi, anche a causa dei suoi demeriti obiettivi, si stia preparando la discesa in campo di un altro insigne rappresentante della grande industria italiana, Luca Cordero di Montezemolo, che vanta viepiù natali nobili e che potrà vincere, in occasione delle prossime elezioni politiche, scompaginando gli schieramenti odierni, solo se l’attuale classe dirigente arriverà ampiamente delegittimata al momento del voto.
Viene, perciò, da domandarsi se ci sia un nesso fra gli scritti di Rizzo e Stella (e tutta la copiosa letteratura pubblicistica, che ne è seguita) e la probabile leadership futura di Montezemolo: se fosse dimostrata la veridicità di tale ipotesi, verrebbe denunziata l’esistenza di una sottile strategia, dispiegata dai vertici dell’economia italiana, volta a rimuovere gli sfigati politici odierni, istigando contro di loro gli istinti peggiori di un popolo prossimo alla miseria, a causa degli sprechi e della corruzione della casta, che hanno determinato il default della finanza pubblica, rallentando il ritmo di crescita della depressa e debole economia nazionale.
Se così fosse, mutandis mutatis, si ripeterebbe esattamente quanto è accaduto, circa, venti anni or sono: allora, Craxi, Andreotti, Forlani (le cui responsabilità penali sono indubbie e sono state, comunque, interamente accertate dalla Magistratura) furono sconfitti da un complesso disegno, alla cui realizzazione comparteciparono poteri economici italiani e poteri politico-militari internazionali ed atlantici, finalizzato ad eliminare la classe dirigente, che aveva governato il Paese negli anni della Guerra Fredda, e a sostituirla con un nuovo ceto, più giovane e rampante, a capo del quale fu indicato Berlusconi, il cui merito fondamentale era quello di essere il proprietario delle televisioni e dei giornali, che, per due anni, avevano alimentato l’ondata di antipolitica, sostenendo platealmente l’azione moralizzatrice del Pool di giudici di Milano, salvo poi prenderne le distanze, quando lo stesso proprietario di Mediaset rischiò di esserne vittima, all’indomani della sua elezione a Palazzo Chigi.
La storia, dunque, si ripeterebbe? E cosa, allora, possono fare i leaders attuali dei due schieramenti, per non essere stritolati da una dinamica, che appare così facilmente leggibile?
La risposta è facile, anche se dubitiamo che siano messe in essere le strategie più idonee per realizzarla: dovrebbero tutti sedersi intorno ad un tavolo e, nei diciotto mesi di legislatura che rimangono, provvedere a riformare profondamente la Carta Costituzionale, eliminando quelle istituzioni che, oggi, gravano sull’efficacia, economicità ed efficienza dell’azione politica, oltreché sulla credibilità dello stesso ceto dirigente.
Potrebbero essere presi dei provvedimenti, che sarebbero in grado di restituire dignità ad una classe politica, altrimenti, condannata alla completa delegittimazione: ipotizziamo il dimezzamento del numero di deputati e senatori, la cancellazione tout court delle Province (fuorché di quelle autonome, vista la loro potestà legislativa) ed il contestuale trasferimento delle loro competenze a Comuni e Città Metropolitane; infine, sarebbe opportuno procedere - con legge ordinaria - al ridimensionamento del numero dei Comuni, ben oltre il limite risibile dei mille abitanti, già previsto dal decreto legge di inizio Agosto, e alla sensibile rimodulazione delle generose indennità spettanti ai rappresentanti delle Assemblee Popolari e ai membri degli organismi di governo, in primis parlamentari, sottosegretari e ministri.
Ci troveremmo in presenza dell’ultimo tentativo di risposta – ancora possibile in ordine temporale – prima che lo tsunami dell’antipolitica spazzi via tutto, eliminando anche quanto di buono vi sia nel meccanismo di una giovane democrazia parlamentare, come la nostra.
Ma, Berlusconi, Bersani, Fini, Casini, Di Pietro saranno capaci di procedere, unanimemente, alla riforma di tali istituti? Avranno la forza ed il coraggio necessari per imporre ai loro luogotenenti soluzioni draconiane, utili alla sopravvivenza della democrazia, che è in grave affanno, come già lo fu nel 1922? O saranno i mercati finanziari, gli investitori internazionali e le scelte dei grandi trust, economici e mediatici, nazionali – in particolare Fiat, Cir, Pirelli e Telecom – ad indicare la strada, commissariando di fatto la politica italiana ed espropriandola degli spazi di sovranità, che dovrebbero invece esserle congeniali, nei limiti di una corretta e virtuosa dialettica fra il mondo della produzione e del danaro e l'ambito della partecipazione e della rappresentanza popolare?
ROSARIO PESCE
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