L'Associazione Nazionale di Giornalismo Scolastico ALBOSCUOLE non persegue finalità di lucro ed è libera ed indipendente da ogni partito politico
venerdì 23 maggio 2013 aggiornato alle 16:38 i fatti dell'attualità commentati dal mondo della scuola informazioni - scrivici
Area riservata
E-Mail

Password
- registrati -

Prima Pagina
Arte e Cultura
Cronaca e Attualità
Economia e Politica
Scuola e Società
Sport e Turismo
Curiosità dal Mondo
Archivio articoli
Riflettori su
 Vittoria
 Saccà
 Rosario
 Pesce
 Olimpia
 Tedeschi
 mariella
 Oliveri
 Nicola
 Spano
 Links
 » Alboscuole
 » Giornali d'Istituto
 » la Voce della Scuola
 » Giornale Gratuito
 » Prova Gratuita
 » Scuola Benemerita



copyright Alboscuole ©
tutti i diritti riservati

Informativa sulla Privacy
17/07/2011 17:40:51
Chi salverà il Titanic?

di Rosario Pesce

Nei giorni scorsi, il Ministro Tremonti, esponendo in Parlamento le linee della manovra Finanziaria, ha usato la metafora del Titanic, per illustrare la condizione odierna del Paese, ormai prossimo ad affondare, come successe, appunto, alla famosa nave che valicava gli oceani.
L’immagine, usata dal responsabile del Tesoro, certo, inquieta non poco noi Italiani, a cui finora è stato esposto invece, da lui e dai suoi colleghi di governo, un racconto ben diverso: per anni, infatti, ci è stato detto che l’Italia mai avrebbe rischiato di fare la medesima fine di Argentina, Irlanda, Grecia, Portogallo.
Finalmente, la verità è stata disvelata, in tutta la sua portata tragica, visto che la paura del default non solo contribuisce a rallentare, ulteriormente, la già lenta crescita economica della nazione, ma soprattutto crea un clima non positivo.
Quando si è prossimi al tracollo finanziario, la concordia fra i cittadini viene, sensibilmente, meno ed aumenta, esponenzialmente, il grado di litigiosità fra singoli individui, gruppi sociali e politici. Ciò sta avvenendo, puntualmente, anche oggi: è tornato a spirare un pericoloso venticello, che induce un sentimento di fiera avversione verso la casta dei politici ed i privilegi - di cui loro sono, obiettivamente, detentori - che sembrano tanto più iniqui e perversi, visto che la stragrande parte della popolazione è costretta a fare enormi sacrifici, che sovente ne mettono in dubbio la possibilità di sopravvivenza, oltreché la speranza in un futuro, economicamente, sereno e proficuo per sé e le prossime generazioni.
È inevitabile che una situazione simile si riproduca, sistematicamente, alla conclusione di ogni ciclo politico, che coincide con la crisi economica, che ne rappresenta, per lo più, la causa strutturale: a testimonianza di ciò, ricordiamo che, nel biennio 1992-94, un analogo acuto sentimento di odio per i rappresentanti della politica non era meno presente di quanto lo sia nel corso di queste calde settimane estive. I notabili della Prima Repubblica furono costretti dallo sdegno dell’opinione pubblica, causato dalle inchieste di Tangentopoli, ad abbandonare repentinamente i loro incarichi istituzionali ed in alcuni casi – come quello di Craxi – furono indotti a lasciare l’Italia, non solo per evitare la carcerazione, ma soprattutto per sfuggire ad eventuali atti di violenza, determinati dall’insofferenza popolare, che montava nei loro riguardi, per effetto di un'imponente campagna mediatica, a cui non erano affatto estranee le reti televisive ed i quotidiani del gruppo Mediaset.
Potrebbe ripetersi, a breve, un clima non differente, dato che ricorrono due elementi di similitudine con quel triste momento storico: la crisi finanziaria ed economica e la scarsa autorevolezza di un ceto politico, ormai sopraffatto dalle inchieste penali ed incapace di autoriformarsi.
Allora, l’Italia venne salvata da una fase di transizione, che contribuì a rasserenare il clima ed in particolare servì a restituire, ai governanti, la credibilità opportuna affinché essi potessero chiedere al Paese i sacrifici, che furono necessari per azzerare il deficit e per rientrare nella cosiddetta ‘zona euro’, che rappresentava, in quegli anni, l’obiettivo primario della finanza pubblica.
La personalità, che in quel contesto si caricò delle responsabilità maggiori, fu Carlo Azeglio Ciampi, che, provenendo dai ranghi di un’Autorità autonoma dal Parlamento, qual è la Banca d’Italia, incarnava agli occhi dei suoi connazionali l’immagine migliore del Paese, quella della meritocrazia e della grandissima serietà, sia scientifica che professionale.
Oggi, è necessario forse che emerga, dal fondo della Seconda Repubblica, un nuovo Ciampi?
La risposta, a tale quesito, non può che essere affermativa: il ciclo berlusconiano – anche indipendentemente dal contenuto opinabile dell’azione politica e dal deprecabile stile di vita privata condotto dal Presidente del Consiglio – sta vivendo gli ultimi momenti di una ventennale fortuna, che è coincisa con lo svilimento progressivo dell’immagine internazionale dell’Italia. È giunto il momento che, nel corso degli ultimi residuali diciotto mesi di legislatura, in Parlamento si promuova un cambio radicale dell’Esecutivo, a partire dalla sua leadership. Solo così la nazione potrà contare su una guida, rinnovata e credibile, che possa indicarle la direzione di marcia nei prossimi due anni, nei quali probabilmente gli Italiani saranno chiamati a nuovi sacrifici, per evitare il rischio di default. Se l’attuale maggioranza parlamentare non avrà l’intelligenza di intuire una tale ovvietà, correrà seriamente il rischio di esporre il Paese agli assalti ulteriori degli speculatori internazionali, che troverebbero terreno fertile nel clima di sfiducia e di avversione, che cresce di giorno in giorno verso una casta, che non rinuncia ai suoi benefici economici e che occupa gli scranni parlamentari all’unico scopo di assicurarsi l’immunità rispetto ai gravissimi capi di imputazione, che le vengono mossi da numerose Procure della Repubblica. Il prossimo autunno potrebbe costituire una data, già, tardiva per realizzare una simile virata: la cronaca ci insegna che, in soli due giorni, la Borsa può bruciare un capitale pari a quello di un’intera Legge Finanziaria, con conseguenze nefaste per l'innalzamento dei tassi di interesse e, dunque, per il debito pubblico.
I deputati della Destra (PdL e Lega) avranno l’autonomia per mandare a casa un Esecutivo, ai cui vertici è posto chi li ha nominati, nel 2008, ad una magistratura così prestigiosa e remunerativa? I partiti del Centro-Sinistra (UdC, PD ed Italia dei Valori), correndo seri rischi elettorali, avranno il coraggio di sostenere un nuovo dicastero, costituito di soli tecnici, che, per sventare definitivamente il pericolo del fallimento delle finanze pubbliche, potrebbe richiedere alla popolazione nuovi ed impopolari esborsi di denaro?


Rosario Pesce


<<< indietro